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    <title>Archivio</title>
    <description>Amleto (Art Movies Literature Entertainment Theatre Opera) è un sito web dedicato all’Arte, al Cinema, alla Letteratura, all’Intrattenimento, al Teatro e all’Opera lirica. </description>
    <link>http://www.amletolab.net/Home/tabid/62/Default.aspx?BlogDate=2010-02-28</link>
    <language>it-IT</language>
    <managingEditor>info@daniloruocco.it</managingEditor>
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    <pubDate>Thu, 11 Mar 2010 19:40:31 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Doppi e contrasti nell’Amleto di Pugliese</title>
      <description>&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;img width="319" vspace="2" hspace="2" height="484" border="1" align="left" alt="" src="/Portals/0/immagini/preziosi_amleto.jpg" /&gt;Spettacolo interessante l’&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Amleto&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;strong&gt;Shakespeare&lt;/strong&gt; per la regia di &lt;strong&gt;Armando Pugliese&lt;/strong&gt;. Regia che punta – sembra di capire – sul concetto del doppio e sul tema del contrasto.&lt;br /&gt;
I contrasti sono quelli della malattia e della sanità; della finzione e della realtà; della labilità e della concretezza.&lt;br /&gt;
Il doppio: quello della coppia Amleto e Orazio.&lt;br /&gt;
Partendo dal doppio, si dirà che la coppia di amici Amleto/Orazio si è, quasi sempre, presentata in scena assieme, quasi che Orazio fosse l’ombra o il testimone di Amleto.&lt;br /&gt;
Nel Primo Atto essi sono sempre (o quasi) sul palcoscenico. Un palcoscenico che è una stanza delle apparizioni: Amleto è allettato (è pazzo) e in preda alle visioni: gli appaiono, vestiti alla rinascimentale, i personaggi del dramma. Con loro interagisce lo stretto necessario, ma, soprattutto, assiste alle loro trame, ai loro complotti. Orazio guarda le reazioni dell’amico e annota. Orazio e Amleto sono vestiti in modo quasi identico: di bianco e privi dei pizzi e dei merletti tipici dell’abbigliamento rinascimentale (quello del tempo di Shakespeare e non quello nel quale l’Autore ha ambientato la pièce).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;Nel Secondo Atto la presenza della coppia d’amici è, invece, funzionale allo svolgersi della tragedia ed essi, quindi, interagiscono appieno con gli altri personaggi. È sparito il letto ospedaliero rifugio per Amleto nel Primo Atto e la scena ha lasciato il campo a un arredamento solido e ottocentesco. La tragedia è dramma borghese: tutto si è concentrato all’interno della corte, vissuta come una grande famiglia allargata, costituita dall’unione delle famiglie di Amleto e di Ofelia. E non pare essere un caso, allora, che il finale dello spettacolo di Pugliese è tronco: termina con la morte del protagonista e non c’è il seguito. Non c’è spazio – sembra dire il regista – per il futuro al di fuori delle mura domestiche di casa Amleto (ogni riferimento alle mura del castello di Elsinore è eliminato dal testo per tutta la durata dello spettacolo). &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;Per quanto attiene ai contrasti, si dirà che il solido arredamento ottocentesco è stato messo in contrasto con la labilità della mente, non solo di quella di Amleto, ma anche di quella di Ofelia che – non è un caso – vive la sua pazzia all’interno di un grande armadio (e viene seppellita nel cassettone).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;La pazzia che, per Amleto, non si sa fino a che punto sia finzione e fino a che punto realtà, fino a che punto malattia e fino a che punto sanità. Un’incertezza che percorre lo spettacolo come un basso continuo. Non è possibile, per lo spettatore, stabilire con esattezza quando Amleto finga e sia sano e quando, invece, sia pazzo realmente… A differenza di Ofelia, Amleto è ambiguo, ondivago. Ofelia, invece, soffre e la sua sofferenza è piena, concreta, palpabile come i mobili che la ospitano.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;Nei panni di Amleto un capace &lt;strong&gt;Alessandro Preziosi&lt;/strong&gt; (che – anni fa – fu Laerte in un &lt;em&gt;Amleto&lt;/em&gt; con Kim Rossi Stuart per la regia di Antonio Calenda cui, in qualche modo, la regia di Pugliese rimanda). L’attore ha saputo mantenere costante l’ambiguità del suo personaggio, donandogli una fisicità che non è mai venuta meno neppure nei momenti di follia (aumentandone, così, l’ambiguità).&lt;br /&gt;
Con Preziosi vanno ricordati anche &lt;strong&gt;Ugo Maria Morosi&lt;/strong&gt; (il consigliere d’inganni Polonio), &lt;strong&gt;Carla Cassola&lt;/strong&gt; (un’intensa Gertrude) e &lt;strong&gt;Silvia Siravo&lt;/strong&gt; (Ofelia).&lt;br /&gt;
Calda accoglienza per tutti al calar del sipario.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 10 Feb 2010 10:03:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Cinica comicità</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;img hspace="2" height="356" width="500" vspace="2" border="1" align="left" alt="" src="/Portals/0/immagini/hotel_paradiso.jpg" /&gt;A volte bastano davvero poche parole per dire che uno spettacolo è bello, divertente e ben recitato. È il caso di &lt;em&gt;&lt;strong&gt;H&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;otel Paradiso&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; della Compagnia tedesca Familie Floz (&lt;a href="http://www.floez.net" target="_blank"&gt;www.floez.net&lt;/a&gt;) impegnata in questi primi mesi dell’anno in una tournée mondiale.&lt;br /&gt;
La compagnia si esprime tramite il teatro di figura e non ha bisogno del linguaggio verbale per farsi intendere a meraviglia dal pubblico: i quattro attori, infatti, durante lo spettacolo non dicono una parola, ma usano il linguaggio non-verbale per comunicare con gli spettatori. &lt;br /&gt;
Un linguaggio corporeo dagli ottimi tempi comici che ha trascinato il pubblico in una storia cinica e surreale, ambientata in un hotel alle pendici del Paradiso, dove succede davvero di tutto. &lt;br /&gt;
Gli attori sono quattro, ma i personaggi molti di più e vengono caratterizzati grazie all’uso di mascheroni e cambi d’abito velocissimi.&lt;br /&gt;
Protagonisti della vicenda noir sono i gestori dell’Hotel Paradiso: una famigliola (i cui componenti si odiano) e i loro aiutanti, ossia un cuoco colosso con un cane ringhioso, una cameriera ladra e un cameriere che tenta di prendere il posto da portiere che è del figlio della padrona.&lt;br /&gt;
Un luogo paradisiaco in cui non si risparmiano le efferatezze. Crudeltà che, invece di fare orrore, fanno ridere di gusto.&lt;br /&gt;
La regia è di &lt;strong&gt;Michael Vogel&lt;/strong&gt;, gli interpreti, tutti bravissimi, sono &lt;strong&gt;Anna Kistel, Sebastian Kautz, Thomas Rascher&lt;/strong&gt; e&lt;strong&gt; Frederik Rohn&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;
Uno spettacolo trascinante, da non mancare.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 03 Feb 2010 22:10:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Lo Zio Vanja di Vacis</title>
      <description>&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;&lt;img hspace="2" height="333" border="1" width="500" vspace="2" align="left" src="/Portals/0/immagini/ZIO VANJA.jpg" alt="" /&gt;La vocazione meta-teatrale di &lt;strong&gt;Gabriele Vacis&lt;/strong&gt; si concretizza e prende vita anche nella messinscena di &lt;em&gt;Zio Vanja&lt;/em&gt; di &lt;strong&gt;Anton Cechov&lt;/strong&gt;. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Che, infatti, soprattutto nella prima parte dello spettacolo, si sia in presenza di una rappresentazione di teatro nel teatro non ci sono dubbi: gli attori sono già sul palcoscenico durante l’afflusso del pubblico in sala; la recita prende avvio a luci ancora accese (sul palcoscenico ci sono dei “piazzati” e la sala non è immersa nel buio); gli attori indossano abiti quotidiani e non dei costumi e, mentre al centro della scena stanno i personaggi che il copione vuole in scena, gli altri attori restano sul palcoscenico e siedono ai bordi dei lati perimetrali disegnati da quinte assolutamente neutre. In scena pochi e indispensabili oggetti. Atmosfera e comportamenti tipici delle “prove in scena”, dunque. Non si finge neppure una quarta parete invisibile: gli attori reagiscono a quanto avviene in sala e – spesso – si rivolgono direttamente al pubblico, come, ad esempio, fa in modo smaccato il dottore durante la sua arringa ambientalista. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Il buio cala sulla sala e gli attori iniziano a indossare i costumi di scena - mentre l’illuminazione in scena lascia i piazzati e disegna gli ambienti - durante la dichiarazione d’amore che Zio Vanja rivolge a Elèna. Da quel momento in poi si affievola (quasi a sparire del tutto) il riferimento del teatro nel teatro e la recita prosegue in modo da rispettare i canoni del teatro stanislavskijano. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Si è, quindi, in presenza di uno spettacolo nettamente diviso in due: la prima parte meta-teatrale e la seconda verista. La prima parte centrata sui temi ambientalisti cari a Cechov e di stretta attualità per gli spettatori (ai quali ci si rivolge direttamente) e una seconda parte più distante, nella quale si rappresentano le pene d’amore dei personaggi e le loro frustrazioni.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;È come se il regista volesse in qualche modo sottolineare l’urgenza del tema ambientale ponendolo in piena luce e, forse, non è un caso che nel finale compaiono, calati dall’alto, alberi rinsecchiti e sottosopra ingabbiati in una scena che si è fatta di plastica grazie a un sipario/quarta-parete di cellophane. Un’immagine forte che conclude – in modo spettacolare – una messinscena nella quale la bella regia di Vacis è stata supportata da un cast di attori davvero all’altezza. Tra loro si segnalano l’energico e volitivo dottore di &lt;strong&gt;Michele Di Mauro&lt;/strong&gt;, il nervoso e fumino Zio Vanja di &lt;strong&gt;Eugenio Allegri&lt;/strong&gt;, la comprensiva balia di &lt;strong&gt;Laura Curino&lt;/strong&gt; e la sensuale Elèna di &lt;strong&gt;Lucilla Giagnoni&lt;/strong&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt;"&gt;Spettacolo da non perdere.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 13 Jan 2010 15:18:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Amleto_Mag. Speciale Dan Brown</title>
      <description>&lt;div style="text-align: center;"&gt;
&lt;div style="font-weight: bold;"&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.amletolab.net/LinkClick.aspx?link=82&amp;tabid=62"&gt;&lt;img hspace="2" height="50" border="2" width="89" vspace="2" align="left" src="/Portals/0/immagini/amleto_mag.jpg" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://calameo.com/books/000139169f41f706c2c36"&gt;Amleto_Mag. Speciale Dan Brown&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div style="padding-top: 8px;"&gt;&lt;object height="294" width="480" classid="clsid:D27CDB6E-AE6D-11cf-96B8-444553540000" id="000139169f41f706c2c36"&gt;
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&lt;div style="font-size: 11px;"&gt;&lt;a href="http://calameo.com/upload/"&gt;Publish at Calaméo&lt;/a&gt; or &lt;a href="http://calameo.com/browse/"&gt;browse&lt;/a&gt; others.&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 18 Dec 2009 22:58:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Oscuramente forte è la vita</title>
      <description>&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;&lt;img align="left" hspace="2" height="189" border="1" width="283" vspace="2" alt="" src="/Portals/0/immagini/asti_giornifelici.jpg" /&gt;“Oscuramente forte è la vita” commentava Salvatore Quasimodo in &lt;em&gt;Al padre&lt;/em&gt;. Un “verso immortale” (per usare le parole che pronuncerebbe Winnie) che, data la “sostanza” di cui è intessuta la &lt;em&gt;pièce&lt;/em&gt; &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Giorni felici&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;strong&gt;Samuel Beckett&lt;/strong&gt;, si è scelto di usare come titolo di questo scritto.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Un testo, quello di Beckett, che mette in luce l’oscura forza vitale di Winnie (e, con lei, di tutto il genere umano): una donna che – nonostante la Natura, la Vita, la costringa a stare in un buco infernale – ha ancora la voglia di andare avanti, di guardare al futuro (tanto che si auto-incita a volgere la mente all’avvenire).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Winnie, infatti, è, a discapito di tutto, ferocemente attaccata alla vita, di cui, anche potendo (è, infatti, in possesso di una rivoltella), non si priva, ma, anzi, alimenta.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Sì, Winnie, alimenta la vita quotidiana dandole tutto ciò di cui essa abbisogna: la “ritualità”.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Il rito dei gesti e delle parole. Gesti ripetuti sempre uguali e fino a quando questo è possibile. Parole ripetute sempre uguali, fino a quando questo sarà possibile (fino a quando Winnie sarà &lt;em&gt;visibile&lt;/em&gt;).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Non dice e non fa nulla di “straordinario” (nel senso pieno del termine), ma, in effetti, è “straordinario” tutto quello che fa: interrata prima fino alla vita, poi fino al collo, Winnie parla e agisce come nulla fosse.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Parla e agisce innanzitutto per se stessa, per auto-convincersi che tutto va come dovrebbe, che nulla ha di che lamentarsi, perché non sente alcun dolore o quasi. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;In minima parte, forse, parla e agisce anche per il marito che lei vorrebbe la stesse ad ascoltare. Ma il suo, ad ogni modo, è e resta un monologo.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Sicuramente parla e agisce perché è &lt;em&gt;visibile&lt;/em&gt; (come detto in precedenza). Visibile da qualcuno che lei “percepisce”: lo dichiara apertamente, Winnie, di sentirsi osservata, guardata da qualcuno.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;Quel “qualcuno” sono gli spettatori.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Winnie, quindi, parla e agisce, “ritualizza”, anche (e, forse, soprattutto), per gli spettatori che, con lei, condividono sia il rito del teatro, sia, soprattutto, la condizione di esseri umani prigionieri della vita; esseri umani costretti in un buco (più o meno metaforico), ma che, comunque, “se la raccontano” e guardano avanti, in quanto sono oscuramente attaccati alla vita.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Esseri umani che, quando appartengono alla classe borghese come Winnie (e come gli spettatori che la guardano), non solo sono attaccati alla vita, ma hanno anche “l’obbligo morale” (“di classe”) di essere ottimisti; di dichiararsi tali. E, quindi, di guardare alla vita come a qualcosa di “meraviglioso” e di stabilire che, quelli che si stanno vivendo, sono giorni felici.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo si è ripetuto il rito del vedere e Winnie ha potuto parlare di nuovo al suo pubblico. Lo ha fatto per mezzo della brava &lt;strong&gt;Adriana Asti&lt;/strong&gt;, diretta da &lt;strong&gt;Robert Wilson&lt;/strong&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
La Asti (e con lei Wilson) ha caratterizzato i due momenti diversi dello spettacolo in modo molto netto: nel primo tempo, quando ancora la sua condizione lo consente, ha dato a Winnie gesti rallentati (ma plateali) e ha messo nel suo dire lunghe (anch’esse plateali) pause. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
Nel secondo tempo, invece, quando il gesto non è più possibile, ha velocizzato l’eloquio (di nuovo platealmente).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
I suoi gesti e il suo dire hanno riempito la scena, hanno &lt;em&gt;modellato&lt;/em&gt; il mondo. La luce alle spalle dell’attrice, infatti, mutava colore e intensità a seconda di quanto Winnie diceva o faceva nel suo buco. Sia chiaro: non che la luce mutasse seguendo un impossibile (nel monologo beckettiano) filo logico. Mutava in quanto Winnie &lt;em&gt;faceva&lt;/em&gt; &lt;em&gt;o diceva&lt;/em&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
Segno registico, l’illuminazione, che sottolinea come il mondo di Winnie sia un mondo “artificiale”, in quanto costruito ad arte per consentire alla protagonista di portare a conclusione le sue giornate felici.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
Uno spettacolo (e un testo) sicuramente non per tutti, ma di cui si consiglia la visione.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;</description>
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    <item>
      <title>L’Aldilà di Romeo e Giulietta</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;img hspace="2" height="274" border="1" align="left" width="412" vspace="2" alt="" src="/Portals/0/immagini/Romeo e Giulietta 01.JPG" /&gt;Il Balletto di Milano ha presentato ieri al pubblico del Teatro Donizetti di Bergamo il balletto &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Romeo e Giulietta&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; ispirato all’omonima tragedia di &lt;strong&gt;William Shakespeare&lt;/strong&gt;, su musiche di &lt;strong&gt;Pëtr Il’ič Čajkovskij&lt;/strong&gt;. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;Va subito detto che la partitura riuniva varie opere di Čajkovskij (tra cui &lt;em&gt;Romeo e Giulietta&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Amleto&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;La fanciulla di neve&lt;/em&gt;) in un tutt’uno drammaticamente assai convincente. Autore del mix &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Michele Rovetta&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt; che in tal modo ha saputo anche dare un tema musicale specifico per i due protagonisti e ha servito bene la rielaborazione drammaturgica del testo shakespeariano operata dal coreografo &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Giorgio Madia&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;Una storia, quella voluta da Madia, che si discosta non poco dall’originale di Shakespeare, non solo perché il suo spettacolo inizia dalla fine della tragedia (la morte di Paride, Romeo e Giulietta), diventando, in tal modo, un lungo flash back, ma anche (e soprattutto), perché Madia ha pensato a un post: Romeo e Giulietta che danzano felici e innamorati in una sorta di candido Aldilà.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;Un Aldilà che per chiarore e brillantezza contrasta con il mondo reale di Verona (scenograficamente non ricostruita affatto) che è dominato dal colore nero degli abiti indossati dagli appartenenti alle due casate dei Montecchi e Capuleti (non distinti l’un dall’altro in alcun modo, indossando, appunto, tutti gli interpreti costumi di colore nero). Un modo per segnalare il grigiore delle vita quotidiana, in cui le forze oscure sembrano predominare, che va ad annullarsi nel bianco immacolato di un mondo in cui vince e perdura l’Amore (e in cui i due protagonisti svestono gli abiti neri, per indossare quelli bianchi).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;Una visione che, sulle prime, potrebbe sembrare ottimistica (la vittoria dell’Amore sulla Violenza), ma che, in realtà, non è: l’Amore vince in un mondo che non è presente, ma è, appunto, aldilà.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;Un balletto, quello di Madia, assai convincente, anche e soprattutto perché, complessivamente, risulta “fresco”, “giovanile”. Merito, anche, della scelta della compagnia: un gruppo di danzatori giovani, bravi, leggeri e aggraziati, la cui leggiadria viene esaltata dalla scenografia di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Cordelia Matthes&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt; (che firma anche i costumi) tutta fatta di eterei velari (dietro i quali i danzatori possono anche giocare al “ti vedo e non ti vedo”).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;Una coreografia, quella di Madia, che ha innestato nei passi noti della danza moderna, gestualità da bulletti di periferia, creando un ambiente vivace e familiare al pubblico contemporaneo. Una lavoro, quello di Madia, interessante anche per alcune soluzioni registiche, come, ad esempio, la scena dell’assassinio di Mercuzio: rapida, simbolica e realistica al medesimo tempo, in quanto alla coltellata fa eco la proiezione di una lama di luce sul fondale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;D’effetto i passi a due maschili.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;Dei giovani interpreti, piace segnalare, oltre a &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Martin Zanotti&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt; e &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Teresa Molino&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt; (nei ruoli eponimi), &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Federico Veratti&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt; (Mercuzio), &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Francesco Pelli &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;(Benvoglio), &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Giorgio Colpani&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt; (Paride) e &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;Patrizia Tosi&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt; (la Nutrice).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana; font-weight: normal;"&gt;Spettacolo giustamente festeggiato dal pubblico al calar del sipario.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 06 Dec 2009 11:40:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Una recita lunga una vita</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span&gt;&lt;img align="left" hspace="2" height="336" width="370" vspace="2" border="1" src="/Portals/0/immagini/cyrano_popolizio.JPG" alt="" /&gt;Portata sulle scene a Parigi per la prima volta nel 1897, la pièce &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Cyrano de Bergerac&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;strong&gt;Edmond Rostand&lt;/strong&gt; oggi non ha più molto da dire ai contemporanei e la scelta di rappresentarla nuovamente rivela (più che nascondere) una certa pigrizia mentale di molti nostri teatranti (e di molto, troppo, pubblico). &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span&gt;Una storia, quella messa in scena da Ronstand, che non sembra molto verosimile (a meno di non fare di Rossana una sorta di decerebrata), ma che, molto presumibilmente, è amata dai primi attori perché offre la possibilità di primeggiare sul palco a mo’ di vecchio capocomico.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span&gt;Ciò premesso, va detto che lo spettacolo presentato ieri al Teatro Donizetti di Bergamo per la regia di &lt;strong&gt;Daniele Abbado&lt;/strong&gt; ha confermato (semmai ce ne fosse stato bisogno) che Cyrano viene ancora accolto favorevolmente dal pubblico, specie se a impersonarlo c’è un grande attore.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span&gt;Nei panni (Belle Époque) del guascone c’era &lt;strong&gt;Massimo Popolizio&lt;/strong&gt; (sicuramente uno dei nostri attori più bravi) che ha saputo divertire gigionando (presumibilmente su indicazione del regista).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify" style="margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span&gt;Una regia che ha puntato all’aspetto meta-teatrale del testo: Cyrano e Cristiano (&lt;strong&gt;Luca Bastianello&lt;/strong&gt;), infatti, mettono in piedi una recita la cui unica spettatrice è Rossana (&lt;strong&gt;Viola Pornaro&lt;/strong&gt;). Alla morte del bel Cristiano, Cyrano perdura la recita, fingendo per 14 anni che le sue parole fossero davvero state pensate (oltre che dette e scritte) da Cristiano. Ecco, allora, che il regista, per mezzo della scenografia di &lt;strong&gt;Graziano Gregori&lt;/strong&gt;, sottolinea di continuo il carattere meta-teatrale della pièce: tavolacci che diventano praticabili teatrali, siparietti che indicano i vari ambienti, arredi di scena mobili, praticabili sospesi in aria e recitazione del primo attore che, a volte, sembra mettere simpaticamente in ridicolo lo stile recitativo di Carmelo Bene e di Vittorio Gassman.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span&gt;Ne risulta uno spettacolo piacevole soprattutto per la bella prova di Massimo Popolizio.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Nov 2009 09:52:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Dal mito alla cronaca</title>
      <description>&lt;p align="justify" style="text-align: justify;" class="Corpo"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;img width="113" vspace="2" hspace="2" height="162" border="1" align="left" src="/Portals/0/immagini/manifesto Iliade.JPG" alt="" /&gt;È stato presentato ieri al Teatro San Giorgio di Bergamo l’ultima produzione del Teatro Prova: &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Iliade. Così io piango te&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal; font-style: normal;"&gt;. Si tratta di un testo di &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;Silvia Barbieri&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt; e &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;Oreste Castagna &lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt;che, partendo dal mito omerico, arriva, d’un balzo, ai giorni nostri per raccontare la Guerra. Una Guerra con la lettera “G” maiuscola: una Guerra esaltata, glorificata, che rende il guerriero un Eroe. Una guerra che i Greci combattevano in campo aperto o sotto le mura di Ilio e che i guerrieri di oggi combattono in tanti modi diversi. Sì, perché la guerra, oggi, si è fatta quotidiana, anzi, è il quotidiano. La violenza, la guerra, si è insinuata in tutte le azioni umane e, al pari di una droga, ne è diventata il motore primo.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;Uno spettacolo coraggioso quello di Barbieri e Castagna che, senza alcuna retorica, affronta temi difficili e poco frequentati dal teatro contemporaneo italiano, rivolgendosi, innanzitutto, a una platea di giovani (e il Teatro San Giorgio, ieri, ne traboccava), usando il loro stesso linguaggio, a volte povero, ma diretto. &lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;A loro, a tali giovani immersi in contenuti violenti veicolati dai mass media, i quattro attori in scena hanno parlato con modalità narrative differenti: la regia di &lt;strong&gt;Oreste Castagna&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt; ha diversificato in modo marcato il racconto omerico da quello di cronaca: ha immerso in fasci di luce rossa gli attori quando raccontavano il poema, facendo diventare i quattro attori un narratore unico, indifferenziato; mentre ha dato loro una luce bianca per i giorni nostri e gli attori, da eroi, son tornati a essere loro stessi: cittadini che raccontano fatti di cronaca dai quali nascono delle domande alle quali nessuno dà risposte.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;I quattro attori, tutti ugualmente bravi sia nelle parti tragiche, sia in quelle comiche (sì, perché lo spettacolo fa anche ridere…) sono stati la stessa &lt;strong&gt;Silvia Barbieri&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt; (“la maestrina” del gruppo, ma anche la teen ager un po’ scema che si innamora dello “stronzo” di turno e la voce di tutte le donne che piangono, quelle del titolo), &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;Max Brembilla&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt; (“l’anziano” del gruppo che, però, con il racconto della coltivazione dei pomodori è capace di riportare gli altri a una dimensione naturale della vita), &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;Stefano Mecca&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt; (quello che è capace di vedere il lato ironico e paradossale della tragedia ed entrare nelle pieghe della narrazione) e &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;Walter Tiraboschi&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt; (quello che, nel tentativo di capire, si adira e di indigna).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;La recitazione dei quattro attori è stata integrata dalla musica dal vivo di &lt;strong&gt;Enrico Ghedi&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt; (molto più di una colonna sonora).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;Spettacolo da non mancare.&lt;/font&gt;&lt;span style="font-size: 10pt;" times="" new="" roman="" color:=""&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;!--EndFragment--&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 17 Nov 2009 09:43:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Hopper: dal buio alla luce</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;style type="text/css"&gt;
&lt;!--{PS..2&lt;/style&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;È stata presentata oggi alla stampa la prima mostra italiana dedicata a Edward Hopper (1882-1967) allestita nei saloni di Palazzo Reale a Milano (visibile nella città meneghina da domani fino al 31 gennaio 2010, poi la mostra si trasferirà a Roma dal 16 febbraio al 13 giugno 2010).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;La mostra presenta oltre 160 opere tra dipinti su tela, disegni preparatori, fotografie, opere grafiche e si prefigge di ripercorrere l’intera carriera di uno dei più importanti pittori americani del Novecento e di presentarla agli spettatori italiani che, forse, la conoscono poco.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Va detto che l’esposizione non è “epocale”: si tratta di una mostra dignitosa che, purtroppo, a parte certe isolate eccezioni, si fa sfuggire l’opportunità di presentare alcuni dei noti capolavori del pittore, quali, ad esempio il celeberrimo &lt;em&gt;Nighthawks&lt;/em&gt;&lt;/span&gt; (&lt;em&gt;Nottambuli&lt;/em&gt;) del 1942.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;La validità dell’esposizione, ad ogni modo, va ricercata proprio nel suo presentare al pubblico italiano un cammino, quello di Hopper, dal buio dei primi autoritratti e dipinti, alla luce della produzione post soggiorno parigino (1909). Una luce che, nei quadri di Hopper, si fa presenza in qualche modo misteriosa, quasi manifestazione del divino. Una luce che il pittore dipinge geometrica, regolare, facendola diventare un personaggio del quadro, in quanto lo spettatore non può non avvertirla. Interrogarla essendone interrogato. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;&lt;img align="left" width="472" vspace="2" hspace="2" height="328" border="1" alt="" src="/Portals/0/immagini/hopper1.jpg" /&gt;E la presenza della luce “esplode” in quei quadri (abbastanza rari), nei quali le architetture assai care al pittore sono vivificate da presenze umane. Figure inondate dalla luce che rendono il realismo di Hopper metafisico.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="4" face="Verdana"&gt;&lt;span&gt;Tra i dipinti esposti a Milano brillano il magnifico &lt;em&gt;Morning sun&lt;/em&gt;&lt;/span&gt; del 1952 (foto) e i capolavori &lt;em&gt;Second Story Sunlight&lt;/em&gt; del 1960 e &lt;em&gt;A Woman in the Sun&lt;/em&gt;&lt;span&gt; del 1961, quadri nei quali la luce si fa presenza quasi corporea.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt; &lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 13 Oct 2009 21:53:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Varvaro Arlecchino siculo</title>
      <description>&lt;object width="480" height="295"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/p2fYbfo6doE&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x006699&amp;color2=0x54abd6"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/p2fYbfo6doE&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x006699&amp;color2=0x54abd6" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="295"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 12 Jul 2009 21:32:00 GMT</pubDate>
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