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    <title>Archivio</title>
    <description>Amleto (Art Movies Literature Entertainment Theatre Opera) è un sito web dedicato all’Arte, al Cinema, alla Letteratura, all’Intrattenimento, al Teatro e all’Opera lirica. </description>
    <link>http://www.amletolab.net/Home/tabid/62/Default.aspx?BlogDate=2009-01-31</link>
    <language>it-IT</language>
    <managingEditor>info@daniloruocco.it</managingEditor>
    <webMaster>info@daniloruocco.it</webMaster>
    <pubDate>Thu, 18 Mar 2010 10:32:32 GMT</pubDate>
    <lastBuildDate>Thu, 18 Mar 2010 10:32:32 GMT</lastBuildDate>
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    <item>
      <title>Il ring borghese: un salotto</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;img hspace="2" height="246" width="472" vspace="2" border="1" align="left" src="/Portals/0/immagini/Il dio della carneficina.jpg" alt="" /&gt;La scena aperta mostra due divani rossi padroni di una parte di palco sopraelevata rispetto al resto. Una porzione di palcoscenico che altro non è che il rimando metaforico al ring. Un ring spietato e subdolo perché non dichiarato, perché camuffato da salotto di famiglia borghese.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;È all'interno di questo ring che due coppie di coniugi di ritrovano e combattono la loro lotta a suon di sottintesi, di parole scagliate contro l'avversario a mo' di giavellotto, di finti sorrisi e sgarbi reali.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;La lotta, pian piano, diventa più serrata, si insinua all'interno di una conversazione salottiera discontinua e senza filo e prende il sopravvento fino a tradurre le parole in azioni. Le “riprese” del combattimento sembrano segnalate dal periodico vibrare di un telefonino o dallo squillare del telefono di casa.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Non si creda che le coppie si fronteggiano l'un contro l'altra armate: non serve molto tempo affinché le alleanze mutino, adeguandosi al filo discontinuo del discorso, o che i quattro contendenti finiscano per lottare ognuno per proprio conto, in una guerra senza quartiere.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Il risultato per lo spettatore di quanto descritto è uno spettacolo dai ritmi serrati e davvero divertente. Si ride molto assistendo al &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Dio della carneficina&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; di &lt;strong&gt;Yasmina Reza&lt;/strong&gt; per la regia di &lt;strong&gt;Roberto Andò&lt;/strong&gt;. Si ride, forse, perché ci si riconosce; perché lo smascheramento non ci lascia del tutto nudi e indifesi rispetto agli altri, nei quali si possono riconoscere e mettere in piazza altri peccati e difetti.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Lo spettacolo di Andò è tutto affidato a quattro attori di valore che sanno tenere la scena in modo egregio. Innanzitutto vanno ricordati lo strepitoso marito disincantato di &lt;strong&gt;Silvio Orlando&lt;/strong&gt; e la moglie responsabile e impegnata nel sociale di &lt;strong&gt;Anna Bonaiuto&lt;/strong&gt;. A loro fanno da contraltare i coniugi assai bene impersonati da &lt;strong&gt;Alessio Boni&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Michela Cescon &lt;/strong&gt;(forse un filo sopra le righe).&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Spettacolo da non perdere salutato da un'ovazione dal pubblico bergamasco del Teatro Donizetti.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 20 Jan 2009 22:34:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Parla con lei, ma vai a letto con lui</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;         &lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;img hspace="2" height="354" width="424" vspace="2" border="1" align="left" src="/Portals/0/immagini/parla_con_lei.jpg" alt="Parla con lei" /&gt;Innanzitutto, dirò che &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Parla con          lei&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;strong&gt;Pedro Almodóvar&lt;/strong&gt; è un film          splendido, perfettamente interpretato da &lt;strong&gt;Javier Camara&lt;/strong&gt; (nel ruolo di          Benigno), &lt;strong&gt;Dario Grandinetti&lt;/strong&gt; (Marco) e &lt;strong&gt;Rosario Flores&lt;/strong&gt; (Lydia).&lt;br /&gt;
Aggiungerò, anche, che sono molti (statisticamente) i film del regista          spagnolo che mi sono piaciuti, da quelli più sbarazzini e stravaganti, a          quelli più melodrammatici e, a tratti, riflessivi. &lt;span&gt;         Quanto basta per dire che Almodóvar è, senz’altro, uno dei miei registi          preferiti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;
Parla con lei&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt; prosegue la          linea di &lt;em&gt;Donne sull’orlo di una crisi di nervi&lt;/em&gt; e di &lt;em&gt;Tutto su          mia madre&lt;/em&gt;: quella del prodotto ben confezionato (da Premio Oscar,          tanto per intenderci), capace di affascinare e, a volte, commuovere il         grande pubblico. Altri film         di Almodóvar sono, invece, più pensati per un          pubblico “selezionato” (ovvero più facilmente disposto ad identificarsi          con i personaggi sopra le righe protagonisti delle storie narrate), che          non per il pubblico della domenica. Penso a          ottime pellicole come &lt;em&gt;La legge del desiderio&lt;/em&gt;, sicuramente          destinata – per l’argomento trattato – ad una fetta minore di pubblico.&lt;br /&gt;
Ebbene, &lt;em&gt;Parla con lei&lt;/em&gt; è un film, a mio avviso, che ha buone          possibilità di diventare un cult della storia          del cinema (più di qualsiasi altro tra quelli firmati finora da          Almodóvar), perché, come direbbe Vito Russo, è un film da &lt;em&gt;Schermo          velato&lt;/em&gt;: un film dove si narra una storia per il vasto pubblico, ma,          tra le righe, se ne racconta un’altra, per un pubblico più sensibile.          “Parla con lei”, &lt;span&gt;dice a Marco Benigno… “Ma vai a          letto con lui” viene&lt;/span&gt; voglia di urlare a Marco stesso.         &lt;span&gt;Sì perché, lettura personalissima del prodotto,          Almodóvar racconta al pubblico delle famiglie della storia d’amore che          unisce Marco a Lydia e Benigno ad Alicia, ovvero i due uomini coscienti          alle due donne incoscienti (perché in coma… o per altri motivi?), ma,          sotto sotto, sta raccontando la travolgente passione che unisce Marco a          Benigno e questi a Marco&lt;/span&gt;. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;Per narrare la storia “parallela”,          Almodóvar adotta alcuni espedienti letterari e cinematografici.          Vediamoli nel dettaglio:&lt;br /&gt;
- L’inversione dei ruoli: ben tre dei quattro &lt;span&gt;         componenti&lt;/span&gt; le due coppie hanno caratteristiche salienti che li fa          appartenere più alla sfera sessuale dell’altro sesso, che a quello a cui          appartengono per “natura”. Benigno, infatti, è sì un infermiere, ma ha          anche studiato (per corrispondenza) da estetista e parrucchiere (per non          dire che, anche sul posto di lavoro, è “chiacchierato”); Lydia è un          torero (lavoro da macho) e Marco piange quando si commuove e, per amore,          è disposto a seguire la propria donna da un’arena all’altra,          presumibilmente a scapito della propria carriera (proprio come farebbe          una donna innamorata). Alicia, invece, è solo un nome, ma rivelatore… Si          aggiunga al trio di cui si è detto, la coppia del film muto (&lt;em&gt;L’amante          menguante&lt;/em&gt; = L’amante che rimpicciolisce) inserito nel film: è la          donna ad essere uno scienziato e l’uomo la          cavia pronta a bere la pozione per amore di lei e a rimpicciolire          (quando, invece, in una coppia tradizionale, a “rimpicciolire”, ovvero a          rinunciare alle proprie esigenze, è sempre la donna). Insomma,          Almodóvar, a “chi ha orecchie per intendere”, dà elementi in abbondanza          per ricostruire il puzzle in modo “giusto”.&lt;br /&gt;
- Le due sequenze clou sono agite dagli          attori di sesso maschile, ma iconograficamente, appartengono          storicamente alle coppie eterosessuali: la prima è la sequenza nella          quale Marco, dopo che Benigno si è lasciato andare ad una confidenza che          riguarda Alicia, intima a quest’ultimo di salire in macchina. Marco è il          maschio dominante che ordina qualcosa alla sua preda che, qui, non è la          mogliettina, ma il maschio dominato. Nell’altra sequenza, invece,          Almodóvar ripropone un cliché abusato,          ribaltandolo e restituendogli, così, una grande carica di commozione:          Marco si reca in prigione per far visita a Benigno e, per salutarlo, fa          combaciare la propria mano con quella dell’amico. Inutile         sottolineare, che tale gesto è consono ad una          coppia costituita da una lei e un lui. Ecco che il cerchio si chiude:          Marco e Benigno sono una coppia e, il maschio Marco, non avrebbe alcun          problema (è lui stesso a dichiararlo) a farsi considerare, dai dirigenti          del carcere, come il compagno di Benigno.&lt;br /&gt;
- Che dire, poi, del fatto che Marco, che non          è mai riuscito a parlare a Lydia in coma, riesce a parlare a Benigno          morto?!&lt;br /&gt;
- E, in ultimo, il finale del film: “Marco e          Alicia” recita la didascalia. Alicia chi? Quella del “paese delle          meraviglie”?… A questo punto, è lecito pensare che attraverso un finale          dall’aspetto rassicurante (quello di un maschio che torna alla femmina),          Almodóvar, in realtà, allude al fatto che          Alicia altro non è che uno specchio nel quale Marco possa vedere          riflessa l’immagine di Benigno… Finalmente, Marco va a letto con lui. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;In &lt;span class="GramE"&gt;«Caro Pier News #2», 9 giugno 2002.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 11 Jan 2009 20:14:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Fermati tanto così</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span&gt;&lt;img hspace="2" height="298" width="200" vspace="2" border="1" align="left" src="/Portals/0/immagini/fermati_tanto.jpg" alt="" /&gt;Nel 1993, presso le edizioni di          Stampa Alternativa, usciva un libretto dal titolo &lt;em&gt;Non si può mica          fare il bagno con queste troie di onde&lt;/em&gt;. A          scriverlo era stato un giovane obiettore di coscienza da poco          congedatosi, il quale aveva fatto tesoro della propria esperienza e          l’aveva raccontata in quel libretto. Ora quell’ex obiettore è diventato          grande e, tra l’altro, è entrato nella rosa dei giovani scrittori          italiani di maggior talento. Ma,          evidentemente, il suo anno di servizio civile lo deve aver segnato tanto          profondamente da imporgli, come urgenza, il tornare con la memoria a          quel periodo e raccontarlo di nuovo nel suo ultimo romanzo: &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Fermati          tanto così&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; edito da Baldini &amp; Castoldi. Non che &lt;a target="_blank" href="http://daniloruocco.wiki.zoho.com/Bianchi-Matteo-B.html"&gt;&lt;strong&gt;Matteo B. Bianchi&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;          (questo è il nome dell’ex obiettore e, ora, scrittore) si sia limitato          ad una revisione del suo primo racconto edito          da Stampa Alternativa (e che, tra l’altro, era andato esaurito in un          solo mese); no: egli ha riscritto quel testo e ne ha fatto un romanzo,          un romanzo di rara intensità, un vero e proprio piccolo (non supera le          125 pagine) capolavoro (o se si preferisce, gioiellino). &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span&gt;Nel romanzo si          racconta la storia di Matteo alle prese con un gruppo di piccoli          psicotici che vive in un istituto. Il suo compito &lt;span&gt;di         &lt;/span&gt;obiettore sarebbe quello di seguire Guido, il più grande tra i          piccoli, un ragazzo in piena adolescenza (con tutto quello che questo          comporta); ma, come sempre succede in questi casi, il compito si allarga          e all’obiettore viene chiesto di fare praticamente di tutto.         Al di là della singola esperienza, chiunque          abbia svolto il proprio servizio civile in Italia avrà modo di potersi          riconoscere nelle vicende narrate: nell’essere mandati praticamente allo          sbaraglio, senza un minimo di formazione (o, quando c’è, ridotta in          senso letterale proprio al minimo necessario) o di supporto (quante          volte l’obiettore sente la necessità di rivolgersi ad un &lt;em&gt;tutor&lt;/em&gt;          che possa aiutarlo a superare certi momenti, ma non trova nessuno?).         E non è un caso che la prima frase del libro          sia proprio “No che non ero pronto” che, oltre al fatto di non essere          pronti a lasciare le proprie abitudini per assumere quelle della          comunità di piccoli psicotici, rimanda, anche e soprattutto, al fatto di          non essere pronti ad affrontare le emergenze che il servizio civile          comporta. E, si badi, Matteo è uno studente          di psicologia e, quindi, in linea teorica, avrebbe dovuto essere          “pronto”… Ma un conto è ciò che si studia sui libri e un conto è la          realtà. Quindi, a Matteo si sarebbe dovuto almeno spiegare qualcosa, ma,          specifica l’autore, “Non so come avvengano le cose in altri istituti nei          confronti degli obiettori appena arrivati, ma a Valle Azzurra l’usanza          doveva essere di confidare nelle capacità d’iniziativa e         di adattamento del nuovo venuto. In altre          parole, mi sono sentito, fin da subito, un po’ abbandonato a me stesso".          Già, abbandonati a se stessi… &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span&gt;Ora è bene specificare che &lt;em&gt;Fermati          tanto così&lt;/em&gt; non è quello che si definisce un “romanzo di denuncia”.          La denuncia emerge da sola e non solo nei confronti di come         viene gestito il servizio civile da molti          responsabili di servizio, ma anche nei confronti della società tutta:          sì, perché al centro del romanzo ci sono i piccoli psicotici, diventati          tali per le torture pazzesche cui sono stati sottoposti dai loro          genitori e che vengono, per giunta, emarginati dalla società “civile”          che li sente diversi e li colpevolizza per tale diversità (come se la          diversità in genere fosse una colpa, e/o la loro specifica diversità una          scelta consapevole!).&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span&gt;         Un romanzo, dunque, &lt;em&gt;Fermati tanto così&lt;/em&gt; di Matteo B. Bianchi, che          mi sento di consigliare a chiunque (anche per le inattese – per la          drammaticità del tema – scene ironiche e umoristiche che contiene), ma          soprattutto ai responsabili di servizio e agli obiettori in servizio          civile.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;In &lt;span class="GramE"&gt;«Fogli di collegamento degli obiettori», n. 177,          luglio-agosto 2002.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;</description>
      <link>http://www.amletolab.net/Home/tabid/62/EntryID/39/Default.aspx</link>
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      <pubDate>Sun, 11 Jan 2009 19:53:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Se l’amore non ha sesso</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;img hspace="2" height="314" width="494" vspace="2" border="1" align="left" src="/Portals/0/immagini/mauri_sturno.JPG" alt="" /&gt;Un posto &lt;span&gt;al di là          del&lt;/span&gt; tempo e dello spazio quello nel quale ha deciso di vivere in          solitudine lo scrittore Premio Nobel Abel Znorko: un’isola del mare del          Nord dove il giorno e la notte si alternano di sei mesi in sei mesi.         &lt;span&gt;Dunque, un posto dove il tempo non ragiona in modo          usuale&lt;/span&gt;. Neppure lo spazio, però, è inteso in modo quotidiano: è          un’isola deserta e gli intrusi non sono bene accetti, anzi, si spara         loro addosso, se tentano di avvicinarsi alla          casa. &lt;span&gt;Una casa, quella dello scrittore, nella quale          la luce entra da un’enorme vetrata-parete e gli spazi sono divisi dalle          librerie cariche di libri&lt;/span&gt;. Un salotto, però, quello dello          scrittore, dove ci sono troppi posti a sedere, dato che a viverla è un          uomo solo! Un uomo che ha scelto la solitudine da ormai 15 anni, ma che,          di tanto in tanto, l’allevia grazie alle visite che gli fanno          compiacenti signorine. Ad interrompere questo ciclo consolidato ci pensa          Erik Larsen, sedicente giornalista, che approda sull’isola in un giorno          speciale, quello nel quale la luce del giorno cede il palcoscenico della          natura alle tenebre della notte. La verità dell’alternarsi del giorno e          della notte porta con sé, quindi, le verità del signor Larsen, un uomo          all’apparenza comune e attaccato alla vita, quanto lo scrittore sembra          esserne lontano. Il signor Larsen è venuto per porgere allo scrittore          poche e chiare domande: chi è la donna amata dallo scrittore con         la quale ha intrattenuto una corrispondenza          durata 15 anni e, soprattutto, perché lo scrittore ha deciso di          staccarsi dalla donna amata e vivere in solitudine. Domande semplici, da          giornalista (ovvero, come dice lo scrittore da “minorato della          fantasia”), ma che hanno il pregio-difetto di andare al cuore del          problema e di scatenare una serie di reazioni a catena che portano con          sé i classici colpi di scena, tanto cari al teatro.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;         Le &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Variazioni enigmatiche&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; di &lt;strong&gt;Eric-Emmanuel          Schmitt&lt;/strong&gt; sono un testo che parte da un assunto datato per giungere ad una          conclusione di estrema modernità: lo scrittore, interpretato con          sapiente calibratura di toni da &lt;strong&gt;Glauco Mauri,&lt;/strong&gt; infatti, lascia il mondo          perché, dice, o si vive o si scrive (teoria pirandelliana e superata          dall’odierna tendenza che vuole i romanzieri immersi fino al collo nella          vita proprio per scriverne), ma, dopo lo scontro con il signor Larsen          (un altrettanto bravo &lt;strong&gt;Roberto Sturno&lt;/strong&gt;), giungerà ad accettare la verità          che questi gli porge e, cioè, che l’amore non ha sesso.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;         Mauri (anche regista) e Sturno hanno interpretato egregiamente il gioco          delle parti alternandosi nel ruolo del carnefice e della vittima: prima          Mauri è stato uno scrittore sarcastico e scostante, tormentatore del          giornalista di Sturno remissivo e spaesato. A metà della pièce, però, i          ruoli si invertono e, allora, è il          giornalista a diventare l’implacabile persecutore di uno scrittore di          Mauri improvvisamente invecchiato e docile.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;         Lunghi e festosi applausi finali. Spettacolo da vedere. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;In &lt;span class="GramE"&gt;«Il Nuovo Giornale di Bergamo», 13 gennaio 2002.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 11 Jan 2009 09:01:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Trionfano i figli di Miller</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;         &lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;img hspace="2" height="448" width="360" vspace="2" border="1" align="left" src="/Portals/0/immagini/erano_tutti.jpg" alt="Erano tutti figli miei" /&gt;Un temporale accoglie gli spettatori          di &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Erano tutti miei figli&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;strong&gt;Arthur Miller&lt;/strong&gt;          per la regia di &lt;strong&gt;Cesare Lievi&lt;/strong&gt;, un temporale notturno che si abbatte su          uno strano giardino: un giardino che, in realtà, invece di essere fatto          di piante e fiori, è evocato solo verbalmente dagli attori, essendo la          scena, per tutto il primo atto, fatta da niente altro che da un enorme          telo mimetico che copre qualcosa. Ciò che il telo nasconde,         verrà rivelato agli spettatori nel corso del          secondo e del terzo atto: si tratta di un cimitero di aerei, di carcasse          di velivoli della Seconda Guerra Mondiale. Pezzi d’ala, eliche,          carlinghe sventrate sulle quali gli attori camminano e siedono come se          nulla fosse, proprio perché, per la loro finzione di personaggi, quello          non è un cimitero, ma il giardino di casa Keller. Una soluzione          scenografica, quella di &lt;strong&gt;Maurizio Balò&lt;/strong&gt; che, lungi dall’essere          stravagante, ha un suo perché molto chiaro; una ragion d’essere che è il          segno forte dello spettacolo di Lievi: i personaggi del testo di Miller          fingono, si sforzano, di essere e apparire          come delle persone normali, persone in grado di fare vita di società,          ma, in realtà, sono persone che la vita – con la guerra, con i lutti –          ha segnato profondamente. È come se il regista volesse dire che il          passato dei Keller si è materializzato nel giardino della loro casa          sotto forma di aerei in rovina. Il senso del          passato fattosi presenza scenica è già nel testo di Miller che aveva          previsto che, durante il temporale di cui si è detto, l’albero al centro          del giardino si spezzasse. L’albero era stato          piantato per ricordare il figlio &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;dei Keller&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt; “disperso” in guerra, dunque          era il passato ben presente nel giardino. Nella messa in scena di Lievi          dell’albero non v’è traccia, perché il passato su cui non si può          riposare (e non è un caso che la Madre soffra &lt;span&gt;di         &lt;/span&gt;insonnia) è quello che, a causa del Padre, ha rovinato tutta la          famiglia. Il Padre, infatti, ha venduto all’aeronautica militare dei          cilindri difettosi che hanno causato il precipitare di una ventina di          velivoli e la conseguente morte dei piloti (i “&lt;span&gt;miei          figli&lt;/span&gt;” del titolo). È su quel senso di colpa – invano relegato al          livello dell’inconscio – è su quegli aerei precipitati che materialmente          camminano gli attori.&lt;br /&gt;
Lo spettacolo di Lievi lascia, sì, alla scenografia il compito di “segno          forte”, ma non sarebbe quello spettacolo perfetto che è se non ci         fossero gli attori che ci sono: una magnifica          &lt;strong&gt;Giulia Lazzarini&lt;/strong&gt; (nel ruolo della Madre) in grado di passare dai toni          della donna che la perdita di un figlio ha reso instabile di mente, ai          toni della perfetta padrona di casa in grado di destreggiarsi in mezzo a          situazioni spinose; un ottimo &lt;strong&gt;Umberto Orsini&lt;/strong&gt; (il Padre) che ha dato al          suo personaggio gesti trattenuti e grande compostezza, tipici di un uomo          che sta sulla difensiva pur non volendo darlo a vedere; un bravissimo          &lt;strong&gt;Roberto Valerio &lt;/strong&gt;nella parte non facile di George in grado di esprimere          l’ira trattenuta e la gioia di aver ritrovato degli affetti (subito          ripersi) e i bravi &lt;strong&gt;Luca Lazzareschi&lt;/strong&gt; (Chris) e &lt;strong&gt;Ester Galazzi &lt;/strong&gt;(Ann)          assolutamente a proprio agio nei loro personaggi.&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;
Uno spettacolo (da non perdere) che aggiunge un tassello importante alla          tradizione del teatro italiano&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;.          Lunghi applausi finali. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;In &lt;span class="GramE"&gt;«Il Nuovo Giornale di Bergamo», 19          dicembre 2002.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 11 Jan 2009 08:44:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Il flusso della memoria</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span&gt;         &lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;&lt;img hspace="2" height="175" width="300" vspace="2" border="1" align="left" src="/Portals/0/immagini/maisie.jpg" alt="Quel che sapeva Maisie" /&gt;Al Teatro Grassi&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;          di via Rovello ha esordito l'ultima fatica del Maestro &lt;strong&gt;&lt;a href="http://daniloruocco.wiki.zoho.com/Ronconi.html" target="_blank"&gt;Luca Ronconi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;:          l'adattamento teatrale del romanzo &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Quel che sapeva Maisie&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;strong&gt;Henry          James&lt;/strong&gt;, nella traduzione di Ugo Tessitore edita da Marsilio. Diciamo          subito - a scanso d'equivoci - che si tratta di uno spettacolo da          vedere, la cui cifra stilistica è prepotente per semplicità, anche se -          in definitiva - porta in sé i caratteri del non finito e qualche          sbavatura di troppo. Ma, procediamo per          ordine. La protagonista del romanzo è Maisie una bambina che vive il          trauma della separazione dei genitori i quali, sulle prime,         fanno di tutto per "accaparrarsela" per fare          un dispetto all'ex-coniuge e, poi, con lo stesso vigore, faranno di          tutto per "sbarazzarsene", ugualmente per dispiacere l'ex-coniuge. Come          se tale situazione non fosse già di per sé gravosa per una piccola          creatura che cresce, James (che pare si rifaccia ad un caso realmente          accaduto) la complica facendo scendere nell'agone anche i nuovi coniugi          dei genitori di Maisie. Tutti usano la bambina come un mezzo per          raggiungere uno scopo (quasi mai edificante), infliggendo a Maisie che          "rimbalza da l'uno all'altro come un pallina          da tennis", ferite indelebili. &lt;br /&gt;
Nel ruolo della piccola Maisie c'era una          magnifica &lt;strong&gt;Mariangela Melato&lt;/strong&gt; che ha dato vita al personaggio in modo          assolutamente credibile e lontano da ogni cliché: non ha alterato la          voce o impastato la bocca imitando la parlata infantile, non è ricorsa          ad improbabili truccature, né ha bamboleggiato. È stata Maisie come         la si sarebbe potuta vedere da adulta (nel          fisico), protagonista di uno psicodramma. Ad aiutare, infatti, Maisie a          "rivivere" i traumi infantili c'era un meccanismo scenico semplice ma          efficace: un sipario (che divideva in due il palcoscenico) che si apriva          su dei veri e propri quadretti familiari nei quali Maisie         entrava per subire le angherie psicologiche          che gli adulti del momento le infliggevano. Come descrivere lo sguardo          pieno di smarrimento della Melato-Maisie? Come i suoi gesti di bimba          abbandonata che tenta di conquistare l'amore di qualcuno o, addirittura,          quello del bellissimo sir Claude? La Melato, nelle quattro ore          abbondanti di spettacolo (durante le quali resta sempre in scena), ha          dimostrato, una volta di più, di essere un'attrice grande.         Anche il suo stare confinata all'angolo del          palcoscenico era gesto carico di conseguenze. &lt;br /&gt;
Accanto alla Melato          c'erano tre altre grandi attrici: &lt;strong&gt;Annamaria Guarnieri&lt;/strong&gt;, nel ruolo          dell'istitutrice Wix, ha dato vita ad una povera, ma energica, vecchia          signora che, fatalmente, si innamora di sir          Claude. La sua è stata una recitazione che passava da atteggiamenti          imperiosi e dignitosi ad altri di supplica. &lt;strong&gt;Galatea Ranzi &lt;/strong&gt;era invece la          matrigna di Maisie (ed ex istitutrice) che finisce          per innamorarsi (ricambiata?) di sir Claude. Di lei diremo che         è stata pressocché perfetta. Assolutamente          all'altezza, infine, è stata &lt;strong&gt;Giorgia Senesi&lt;/strong&gt;          nel ruolo di Ida, la madre di Maisie, che ha espresso le contraddizioni          del personaggio in modo assolutamente ironico: alle parole erano sempre          associati gesti che le contraddicevano. Poi c'era sir Claude ovvero &lt;strong&gt;         Gabriel Garko&lt;/strong&gt;. Sarebbe fin troppo facile, visto la discutibile prova che          ha dato di sé, fare della facile ironia e dire che "vestiva bene i panni          del bellissimo sir Claude" come un perfetto manichino. In effetti, se si          fosse limitato a percorrere il palcoscenico in assoluto silenzio,          sarebbe stato una presenza scenica di          assoluto fascino... Ad ogni buon conto è giusto lasciargli almeno          un'altra possibilità: giovedì era pur sempre il suo esordio assoluto (e          da protagonista), sul palcoscenico prestigioso del Piccolo Teatro e          accanto a dei mostri sacri delle scene. Di Ronconi basterà dire che è          Ronconi e che ha dato vita ad uno spettacolo d'attori la cui unica cifra          forte era, si ripete, l'uso del          sipario-della-memoria. Splendidi gli abiti          (autentici) indossati dagli attori. Essenziali le scene di &lt;strong&gt;Margherita          Palli&lt;/strong&gt;. Suggestive le luci di Gerardo Modica e          le musiche di Paolo Terni. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;In &lt;span class="GramE"&gt;«Il Nuovo Giornale di Bergamo», 5 gennaio 2002.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</description>
      <link>http://www.amletolab.net/Home/tabid/62/EntryID/36/Default.aspx</link>
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      <pubDate>Fri, 02 Jan 2009 17:58:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>L'arte del videogioco</title>
      <description>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font color="#000000"&gt;&lt;span&gt;         &lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;&lt;img hspace="2" height="269" width="400" vspace="2" border="1" align="left" alt="Lolita regia di Luca Ronconi" src="/Portals/0/immagini/lolita1.jpg" /&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Strepitoso&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;.          Tale è l'unico aggettivo che viene alla mente per definire &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Lolita&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; di &lt;strong&gt;         Nabokov&lt;/strong&gt; per la regia di &lt;strong&gt;&lt;a target="_blank" href="http://daniloruocco.wiki.zoho.com/Ronconi.html"&gt;Luca Ronconi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;. Ronconi, uno dei registi,          giustamente, più osannati dalla critica europea, se non mondiale, con il          suo ultimo lavoro ha dato nuova linfa al teatro, creando uno spettacolo          davvero multimediale, nel quale la multimedialità non è una sorta di          "convitato di pietra" alla tavola del cavaliere, ma una vera necessità,          parte integrante dello spettacolo. Se non si          avesse paura di essere completamente fraintesi, si oserebbe affermare          che Ronconi, con &lt;em&gt;Lolita&lt;/em&gt;, ha creato un enorme videogioco, uno di quelli          dell'ultima generazione, nei quali il giocatore interagisce con il          programma pre-impostato e crea e vive una storia nuova. Ronconi ha,          infatti, creato (con la scenografa &lt;strong&gt;Margherita Palli&lt;/strong&gt;) una meravigliosa          macchina scenica assolutamente duttile alle esigenze del          regista-narratore: gli oggetti (come sempre negli spettacoli ronconiani)          entrano in scena solo quando sono necessari, per uscirne quando non          servono più. Ma, ripeto, se ciò è tipico di          Ronconi, con &lt;em&gt;Lolita&lt;/em&gt;, ci pare, egli sia andato più oltre: ha          visualizzato su maxischermi i pensieri dei personaggi, gli esterni          paesaggistici, brani di lettere, sentimenti. Inoltre, tali          schermi-sipari, si aprono alla bisogna e "materializzano" in scena          scale, pontili o altro, poco prima soltanto visualizzati.         &lt;span&gt;In poche parole, Ronconi, in &lt;em&gt;Lolita&lt;/em&gt;, passa, in          pochi istanti, dalla bidimensionalità delle immagini alla          tridimensionalità degli oggetti &lt;/span&gt;e da questa, di nuovo, alla          bidimensionalità, come fosse in una realtà virtuale (o, meglio, come se          passasse, di volta in volta, da un racconto di tipo cinematografico ad          uno di tipo teatrale). Non è un caso, allora, che a lato del          palcoscenico, fin dall'inizio, è presente un "tavolo" di regia: il          "creatore" dello spettacolo è sempre "in scena", perché è lui che "fa"          il gioco. Neppure è un caso, allora, che Ronconi &lt;span&gt;         scelga&lt;/span&gt; di essere fisicamente presente in palcoscenico e narri al          pubblico come abbia deciso di tagliare delle parti di spettacolo.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;
Questo &lt;em&gt;Lolita&lt;/em&gt; dura molto, 4 ore, ma è uno spettacolo che prende, che lascia          giocare anche il pubblico. Forse risulta un          po' faticoso sul finale, ma non è né colpa di Ronconi, né dei suoi          attori: è la vicenda narrata da Nabokov che irrimediabilmente, cresciuta          Lolita, perde di interesse. Ma lo spettacolo          non sarebbe quello che è se, in scena, oltre al meccanismo, non ci          fossero anche gli attori. Il protagonista maschile era un &lt;strong&gt;Franco          Branciaroli&lt;/strong&gt; in piena forma, maturo e attento ai tempi (sbagliarne uno          pregiudicherebbe l'intero meccanismo scenico). Al suo fianco, nel ruolo          di Lolita, c'è &lt;strong&gt;Elif Mangold&lt;/strong&gt; che recita (benino) il proprio ruolo in          inglese. Le di lei battute vengono, in diretta, doppiate da &lt;strong&gt;Galatea          Ranzi &lt;/strong&gt;che la sostituirà nel finale, impersonando Lolita adulta ed          incinta. Molto probabilmente, Ronconi ha voluto una Lolita bambina che         recitasse in inglese, perché in tal modo          fosse più chiaro il divario linguistico (il gap generazionale) che          esiste tra il mondo adulto e quello semi-infantile di Lolita. La Ranzi,          infatti, "traduce" solo le battute più "adulte" (perché cariche di          sottintesi erotici) pronunciate da Lolita,          lasciando, appunto, in inglese quelle attinenti alla sfera infantile          della bambina. Nel ruolo di Charlotte, la madre di Lolita,         un'irresistibile &lt;strong&gt;Laura Marinoni&lt;/strong&gt;; in quello di          Quilty un altrettanto trascinante &lt;strong&gt;Massimo Popolizio&lt;/strong&gt;; il narratore          Nabokov era &lt;strong&gt;Giovanni Crippa&lt;/strong&gt; e lo psicologo &lt;strong&gt;Antonio Zanoletti&lt;/strong&gt; (un po'          troppo caricaturale).&lt;br /&gt;
Uno spettacolo da non perdere.&lt;br /&gt;
Al Teatro Giorgio Strehler di Milano fino al 4 marzo. &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4" color="#000000"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;In &lt;span class="GramE"&gt;«Il Nuovo Giornale di Bergamo», 26 gennaio 2001.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/em&gt;&lt;font color="#000000"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; font-family: Verdana;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 02 Jan 2009 17:35:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Il gioco del doppio</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana; color: black;"&gt;&lt;img hspace="2" height="269" width="400" vspace="2" border="1" align="left" src="/Portals/0/immagini/gemelli2.jpg" alt="I due gemelli veneziani regia di Ronconi" /&gt;La storia dei due          gemelli scritta da &lt;strong&gt;&lt;a href="http://daniloruocco.wiki.zoho.com/Goldoni.html" target="_blank"&gt;Carlo Goldoni&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; è nota e narra delle vicende d'amor          litigarello che nascono e si sviluppano a causa della contemporanea          presenza in Verona dei due gemelli Bisognosi: Zanetto, bergamasco e          sciocco, e Tonino, veneziano e savio. Il tema dei gemelli causa di qui          pro quo ha radici antiche ben piantate nel teatro della classicità          greco-latina, ma la storia, gestita da Goldoni, prende una piega          insolita sul finale: non è, infatti, quella di Goldoni, commedia          spensierata, ma è quasi dramma ottocentesco con un happy end che lascia          l'amaro in bocca. Si &lt;span&gt;ricorderà, infatti, come il          razionalista Goldoni - che aveva cambiato il ruolo delle Maschere nel          suo teatro, sgrossandole e avvicinandole all'Uomo, al Personaggio -          avesse&lt;/span&gt; risolto di chiudere la sua commedia, evitando di fare          incontrare i due gemelli, ma eliminandone fisicamente uno dalla scena,          facendolo morire avvelenato. &lt;em&gt;&lt;strong&gt;I&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt; due gemelli veneziani&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;, in tal modo,          terminano con ben due morti sul palcoscenico (Zanetto ed il         di lui assassino) che è, appunto, un fatto          ben strano per una commedia settecentesca. &lt;strong&gt;&lt;a href="http://daniloruocco.wiki.zoho.com/Ronconi.html" target="_blank"&gt;Luca Ronconi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, regista della          splendida edizione presentata martedì al Teatro Grassi di Milano, ha          accentuato l'anomalia di cui si è detto ed ha voluto un impianto scenico          (frutto della creatività di &lt;strong&gt;Margherita Palli&lt;/strong&gt;) che richiama, appunto,          nella pesantezza del mobilio, l'Ottocento ed i suoi drammi. Inoltre, il          clima di disagio &lt;span&gt;è acuito da Ronconi con un &lt;strong&gt;uso          metaforico dello specchio &lt;/strong&gt;(in realtà, degli specchi, essendone la scena          piena): lo specchio, nell'allestimento ronconiano, simboleggia&lt;/span&gt; il          "doppio", il "perturbante", la negatività della finzione (anche di          quella teatrale). Il doppio di se stessi non può non essere qualcosa di,          a dir poco, fastidioso, di straniante. Una regia, quella di Ronconi che,          ad ogni buon conto, non va, sia ben chiaro, a scapito del comico: tutto          il primo tempo è assolutamente trascinante. Ronconi, però, tiene ben          presente il finale e non lo elude, proponendolo frettolosamente, ma lo         pre-annuncia fin dall'inizio. Quasi che          Ronconi, nel realizzare &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana; color: black;"&gt;&lt;em&gt;I due gemelli veneziani&lt;/em&gt;, avesse tenuto conto          del &lt;em&gt;Don Giovanni&lt;/em&gt; di Mozart (cui le musiche di &lt;strong&gt;Paolo Terni&lt;/strong&gt;, in qualche          modo, rimandano). A interpretare il "doppio"          c'era &lt;strong&gt;Massimo Popolizio&lt;/strong&gt; del quale basti dire che è stato strepitosamente          bravo, capace (lui grande attore tragico) di insospettati ottimi tempi          comici. Essendo, questa regia di Ronconi, tutta "&lt;span&gt;di         &lt;/span&gt;attori", è d'obbligo citare quelli di loro che hanno dato ottima          prova di sé: &lt;strong&gt;Laura Marinoni&lt;/strong&gt; (una Beatrice tutta anelito al suicidio, ma          ben risoluta ad accalappiare il suo Tonino); &lt;strong&gt;Manuela Mandracchia&lt;/strong&gt; (una          Rosausa che, per quanto onesta, sente il richiamo dei sensi); &lt;strong&gt;Franca          Penone &lt;/strong&gt;(Colombina) e &lt;strong&gt;Giovanni Crippa &lt;/strong&gt;(Arlecchino) che hanno dato alle          "maschere" un forte accento dionisiaco e sensuale, &lt;strong&gt;Luciano Roman&lt;/strong&gt; (un          Lelio a caccia d'amore ed eroismo) e &lt;strong&gt;Riccardo Bini &lt;/strong&gt;(un Pancrazio che          ricorda Tartufo). Ma sopra tutti, lo si          ripete, Popolizio a metà tra la tenerezza bambinesca (Zanetto) e la          scaltrezza della maturità (Tonino). &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
&lt;em&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;In «Il Nuovo Giornale di Bergamo», 15 marzo 2001.&lt;/font&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 02 Jan 2009 16:34:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Si je t'ame, prends garde à toi!</title>
      <description>&lt;div align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;&lt;img hspace="2" height="444" width="296" vspace="2" border="1" align="left" alt="Carmen di Bizet" src="/Portals/0/immagini/carmen.jpg" /&gt;«Si je t'ame, prends garde à toi!» («Se ti amo, stai in guardia») avverte Carmen nel Primo Atto dell'opera omonima di &lt;strong&gt;Georges Bizet&lt;/strong&gt; e il regista &lt;strong&gt;Ferdinando Bruni&lt;/strong&gt; sembra averne tenuto conto seriamente: il clima dello spettacolo è teso e sensuale fin dall'apertura di sipario. Un clima che rimanda in qualche modo a &lt;em&gt;Un tram che si chiama Desiderio&lt;/em&gt; di Tennessee Williams. Un rimando favorito dai costumi (prima metà del Novecento), dalle scene e dal taglio delle luci. Un ambiente poco spagnoleggiante che aiuta lo spettatore a sentire la vicenda al centro della &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Carmen&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; più vicina a sé, più pericolosamente prossima. La storia di una donna bella, sensuale e capricciosa che ammalia di sé gli uomini e ne porta uno (il classico bravo ragazzo) alla rovina. La &lt;em&gt;Carmen&lt;/em&gt; per la regia di Bruni diventa, in qualche modo, universale (oltre che attuale) e non resta confinata tra gli angusti ambiti di una guarnigione di soldati e di un gruppo di contrabbandieri gitani e delle loro donne. In altre parole, la regia di Bruni trasforma la &lt;em&gt;Carmen&lt;/em&gt; in una sorta di archetipo.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Si è detto della sensualità. Il palcoscenico della &lt;em&gt;Carmen&lt;/em&gt; di Bruni ne trasuda. Uomini in canottiera; donne provocanti che non disdegnano mostrare le cosce o la generosa scollatura. Fisicità esibita, grazie alla prestanza degli interpreti. Cantanti, coro e danzatori mostrano la loro giovanile voglia di vivere; il loro desiderio del corpo altrui.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Uno spettacolo bello e coinvolgente non solo per l'ottima regia di Bruni (che ha, tra l'altro, ha saputo far muovere il coro in modo congruo, dando la sensazione allo spettatore che ogni corista fosse un personaggio degno di nota e non fosse “solo un corista”, come, purtroppo, troppo spesso si avverte negli spettacoli d'opera). &lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Davvero degna di nota l'esibizione canora di tutto il cast. Ottime le prove di &lt;strong&gt;Claudio Sgura &lt;/strong&gt;nel ruolo del torero Escamillo e di &lt;strong&gt;Davinia Rodriguez&lt;/strong&gt; (in quello di Micaela). Molto buone le esibizioni dei due protagonisti (belli, oltre che bravi): &lt;strong&gt;José Balestrini &lt;/strong&gt;(Don José) e &lt;strong&gt;Nora Odette Sourouzian&lt;/strong&gt; (Carmen).&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Trascinante la direzione del Maestro &lt;strong&gt;Riccardo Frizza&lt;/strong&gt;.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Spettacolo da vedere.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 20 Dec 2008 09:57:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Vola basso 'Il Gabbiano' di Bernardi</title>
      <description>
&lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Non spicca il volo &lt;b&gt;&lt;i&gt;Il
Gabbiano&lt;/i&gt;&lt;/b&gt; di &lt;b&gt;Anton Cechov&lt;/b&gt; per la regia di &lt;b&gt;Marco
Bernardi&lt;/b&gt;. Non spicca il volo, ma sbatte le ali mestamente,
mantenendosi, tutto sommato, su un onesto livello di mestiere
teatrale. Non ci sono slanci poetici, né picchi di alta
recitazione, bensì un artigianato da vecchia sartoria (e non
ci si riferisce ai bellissimi costumi firmati da &lt;b&gt;Roberto Banci&lt;/b&gt;,
il segno più convincente dello spettacolo, assieme alla
traduzione di &lt;b&gt;Fausto Malcovati&lt;/b&gt;, attenta e attuale).&lt;br&gt;La regia ha puntato su un
clima dal ritmo regolare, ogni tanto interrotto da qualche riverbero
di litigio. Un ritmo da casa di riposo in cui ogni tanto l'esplodere
di un tuono suona come un ricordo di gioventù. Un ritmo forse
non adatto a un testo in cui forti sono le passioni contrastanti, i
livori, le invidie e i rimorsi. In cui la ferocia della vita segna a
lutto e porta al suicidio. In cui nessuno può tranquillamente
dirsi soddisfatto di sé.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;


&lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;font face="Verdana" size="4"&gt;Ciò detto, non si
può certo dire male degli interpreti che, anzi, hanno
assecondato le indicazioni del regista e hanno saputo amalgamarsi in
un tutt'uno di buon livello. Da segnalare la convinta e convincente
interpretazione di &lt;b&gt;Iolanda Piazza&lt;/b&gt; nel ruolo di Masa e le buone
prove di &lt;b&gt;Massimo Nicolini &lt;/b&gt;(nel ruolo di Kostja) e di &lt;b&gt;Gaia
Insenga &lt;/b&gt;(in quello di Nina).&lt;br&gt;&lt;b&gt;Patrizia Milani&lt;/b&gt;
(Irina) pare avere pienamente convinto gli spettatori del Teatro
Donizetti soprattutto nei momenti in cui il suo personaggio diventa
aggressivo e si sfoga sia sul figlio, sia sull'amante. Forse un po'
poco per un ruolo da protagonista...&lt;br&gt;Al calar del sipario il
pubblico ha salutato gli interpreti con generosità. 
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
</description>
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      <pubDate>Tue, 25 Nov 2008 23:19:00 GMT</pubDate>
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