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Inviato da: Danilo Ruocco
24/02/2009

Iperrealismo all’americana (l’azione è trasportata ai giorni nostri). Simbolismo che dovrebbe fare a pugni con il realismo, e – ben presente – dimensione onirica. L’incubo che si fa presenza spettrale, tali sono gli Spettri del regista Cesare Lievi.
La dimensione iperrealista è data dalla splendida scena di Csaba Antal che riproduce un ampio angolo del salotto buono di casa Alving, un soggiorno che, grazie all’imponente vetrata-parete, affaccia sul parco rigoglioso. Fuori piove: una pioggia fitta ed incessante. Il simbolismo è dato, di nuovo, dalla scena (che si può ben dire che “parli”, essendo il segno forte di questo spettacolo): il soffitto dell’ambiente ricorda troppo da vicino un’enorme ragnatela, perché il tutto non sia letto come simbolo di una situazione vissuta dai personaggi, ovvero quella di essere prigionieri del proprio e altrui passato. In Spettri di Ibsen, infatti, uno degli assunti forti è quello che “Le colpe dei padri ricadono sui figli” (la prima pubblicazione del testo data 1881 e la prima messinscena 1883) e, tale assunto, si fa presenza scenica con l’apparire del giovane Osvald, sifilitico per linea ereditaria (suo padre era un uomo incline ai piaceri della vita). Ma il passato non arriva solo sotto forma di malattia, ma anche e soprattutto sotto forma di “spettri”, ossia ricordi che, in un certo senso, si materializzano: Osvald, inconsapevolmente, è destinato a ripercorrere le orme paterne. Ovviamente la parola “spettri” del titolo vuole anche significare che i personaggi non sono altro che dei cadaveri, delle persone negate alla vita, degli spettri, appunto…
La dimensione onirica, infine, è data sia dalla musica di PFW (a metà tra il ritornello ossessivo e la filastrocca infantile), sia dal tema stesso della pièce, così vicino com’è all’incubo ricorrente: alle volte si ha come l’impressione che i personaggi abbiano già vissuto quelle scene…

Se già la scenografia di Antal varrebbe da sola una visita al Teatro Studio di Milano, ciò che impone la visione dello spettacolo è la strepitosa interpretazione di Franca Nuti: ella è stata una Helene Alving che riesce a trattenere – con evidente sforzo di nervi – la propria disincantata e moderna visione della vita; una madre pronta a tutto pur di accontentare l’unico figlio (fino a giungere al punto di praticargli una letale iniezione di morfina); una donna che ha sacrificato la sua giovinezza accanto ad un uomo che non la meritava (e al quale, però, erige un monumento). La Nuti è riuscita, con rara bravura, ad essere sensuale, ma algida al tempo stesso (per giunta nei confronti dello stesso uomo: il pastore Manders di cui è sempre stata innamorata) e tutta la sua interpretazione altro non è stata che un raggiunto equilibrio tra gli opposti. Accanto a lei spiccano i nomi di Gian Carlo Dettori (nel ruolo difficile del pastore Manders) e Francesco Migliaccio, notevole nel ruolo di Osvald. Non del tutto convincenti, invece, Sandra Toffolatti (Regine) e Marco Toloni (Engstrand). Ottima la regia di Lievi. Lunghi applausi finali, particolarmente festosi quelli per la Nuti.

In «Il Nuovo Giornale di Bergamo», 19 gennaio 2002.


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