I giganti della montagna
di Luigi Pirandello non è una pièce
semplice e non solo perché è priva del finale che, forse, avrebbe potuto
chiarire meglio il “mito”. Non è un testo semplice perché ha molti centri
focali che rischiano di interferire l’un con l’altro. Si parla di poesia, di
teatro, di magia, di sogni e di come questi si scontrino con la modernità,
incarnata dai giganti del titolo. Una tale complessità può dare agio a una
molteplicità di letture dell’opera: da mito, a spettacolo di teatro nel teatro,
fino a metafora del Fascismo.
La messinscena realizzata da Federico Tiezzi è ricca di segni forti,
sia scenici, sia drammaturgici (la drammaturgia è firmata dal regista assieme a
Sandro Lombardi e il finale è
scritto da Franco Scaldati). Uno
spettacolo ben fatto, quello di Tiezzi che punta a fare del mago Crotone non
solo e non tanto il prototipo del regista
teatrale, ma una sorta di psicologo
in grado di giocare coi sogni, di “inventare la verità” e, soprattutto, di psicopompo, ovvero di traghettatore di
anime nell’aldilà in modo che possano entrare “in un’altra verità”.
Nella villa del
mago/regista/psicologo/psicopompo Crotone, i sogni prendono consistenza
materializzandosi e rendendosi visibili a chiunque. Ma quelli che si vedono
sono sogni (magari da interpretare,
nel doppio significato di comprendere e di rappresentare) o sono la
manifestazione di “un’altra verità”? In altre parole, l’attor giovine Spizzi
sogna di impiccarsi o realizza di essersi impiccato? E gli Scalognati sono
persone che giocano a fare i fantasmi o sono fantasmi che giocano?...
La lettura registica di Tiezzi,
ancor prima che funzionale alla messinscena, si caratterizza per essere una
visione critica, esegetica, del testo di Pirandello. Una lettura critica che,
però, non impoverisce lo spessore poetico del mito: anzi, lo esalta con il
finale in simil-siciliano scritto da Franco Scaldati, nel quale si racconta di
come Ilse si immoli alla ferocia degli ottusi giganti nel tentativo di portare
anche a loro quella voce poetica definitivamente uccisa dalla televisione (e
non è un caso che il teatrino sul quale Ilse muore si trasformi in uno schermo
televisivo).
Uno spettacolo che non è solo da
gustare per la bella regia di Tiezzi, ma anche per l’ottima prova degli
interpreti. Tra essi si nominano Sandro
Lombardi (un Crotone poco “ragionatore” e molto ammiccante, consapevole di
essere in possesso di una verità altra da rivelare a chi voglia stare ad
ascoltarlo); Iaia Forte (una Ilse
penitenziale e sensuale al medesimo tempo); Silvio Castiglioni (un conte dignitoso e virile); Massimo Verdastro (un Cromo ironico e
sagace) e Marion D’Amburgo (una
Sgrigia bambina e visionaria).
Spettacolo da non mancare.
Danilo Ruocco