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Inviato da: Danilo Ruocco
11/01/2009

Nel 1993, presso le edizioni di Stampa Alternativa, usciva un libretto dal titolo Non si può mica fare il bagno con queste troie di onde. A scriverlo era stato un giovane obiettore di coscienza da poco congedatosi, il quale aveva fatto tesoro della propria esperienza e l’aveva raccontata in quel libretto. Ora quell’ex obiettore è diventato grande e, tra l’altro, è entrato nella rosa dei giovani scrittori italiani di maggior talento. Ma, evidentemente, il suo anno di servizio civile lo deve aver segnato tanto profondamente da imporgli, come urgenza, il tornare con la memoria a quel periodo e raccontarlo di nuovo nel suo ultimo romanzo: Fermati tanto così edito da Baldini & Castoldi. Non che Matteo B. Bianchi (questo è il nome dell’ex obiettore e, ora, scrittore) si sia limitato ad una revisione del suo primo racconto edito da Stampa Alternativa (e che, tra l’altro, era andato esaurito in un solo mese); no: egli ha riscritto quel testo e ne ha fatto un romanzo, un romanzo di rara intensità, un vero e proprio piccolo (non supera le 125 pagine) capolavoro (o se si preferisce, gioiellino).

Nel romanzo si racconta la storia di Matteo alle prese con un gruppo di piccoli psicotici che vive in un istituto. Il suo compito di obiettore sarebbe quello di seguire Guido, il più grande tra i piccoli, un ragazzo in piena adolescenza (con tutto quello che questo comporta); ma, come sempre succede in questi casi, il compito si allarga e all’obiettore viene chiesto di fare praticamente di tutto. Al di là della singola esperienza, chiunque abbia svolto il proprio servizio civile in Italia avrà modo di potersi riconoscere nelle vicende narrate: nell’essere mandati praticamente allo sbaraglio, senza un minimo di formazione (o, quando c’è, ridotta in senso letterale proprio al minimo necessario) o di supporto (quante volte l’obiettore sente la necessità di rivolgersi ad un tutor che possa aiutarlo a superare certi momenti, ma non trova nessuno?). E non è un caso che la prima frase del libro sia proprio “No che non ero pronto” che, oltre al fatto di non essere pronti a lasciare le proprie abitudini per assumere quelle della comunità di piccoli psicotici, rimanda, anche e soprattutto, al fatto di non essere pronti ad affrontare le emergenze che il servizio civile comporta. E, si badi, Matteo è uno studente di psicologia e, quindi, in linea teorica, avrebbe dovuto essere “pronto”… Ma un conto è ciò che si studia sui libri e un conto è la realtà. Quindi, a Matteo si sarebbe dovuto almeno spiegare qualcosa, ma, specifica l’autore, “Non so come avvengano le cose in altri istituti nei confronti degli obiettori appena arrivati, ma a Valle Azzurra l’usanza doveva essere di confidare nelle capacità d’iniziativa e di adattamento del nuovo venuto. In altre parole, mi sono sentito, fin da subito, un po’ abbandonato a me stesso". Già, abbandonati a se stessi…

Ora è bene specificare che Fermati tanto così non è quello che si definisce un “romanzo di denuncia”. La denuncia emerge da sola e non solo nei confronti di come viene gestito il servizio civile da molti responsabili di servizio, ma anche nei confronti della società tutta: sì, perché al centro del romanzo ci sono i piccoli psicotici, diventati tali per le torture pazzesche cui sono stati sottoposti dai loro genitori e che vengono, per giunta, emarginati dalla società “civile” che li sente diversi e li colpevolizza per tale diversità (come se la diversità in genere fosse una colpa, e/o la loro specifica diversità una scelta consapevole!).
Un romanzo, dunque, Fermati tanto così di Matteo B. Bianchi, che mi sento di consigliare a chiunque (anche per le inattese – per la drammaticità del tema – scene ironiche e umoristiche che contiene), ma soprattutto ai responsabili di servizio e agli obiettori in servizio civile.

In «Fogli di collegamento degli obiettori», n. 177, luglio-agosto 2002.

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