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Inviato da: Danilo Ruocco
06/01/2008

giganti_tiezzi.jpgI giganti della montagna di Luigi Pirandello non è una pièce semplice e non solo perché è priva del finale che, forse, avrebbe potuto chiarire meglio il “mito”. Non è un testo semplice perché ha molti centri focali che rischiano di interferire l’un con l’altro. Si parla di poesia, di teatro, di magia, di sogni e di come questi si scontrino con la modernità, incarnata dai giganti del titolo. Una tale complessità può dare agio a una molteplicità di letture dell’opera: da mito, a spettacolo di teatro nel teatro, fino a metafora del Fascismo.
La messinscena realizzata da Federico Tiezzi è ricca di segni forti, sia scenici, sia drammaturgici (la drammaturgia è firmata dal regista assieme a Sandro Lombardi e il finale è scritto da Franco Scaldati). Uno spettacolo ben fatto, quello di Tiezzi che punta a fare del mago Crotone non solo e non tanto il prototipo del regista teatrale, ma una sorta di psicologo in grado di giocare coi sogni, di “inventare la verità” e, soprattutto, di psicopompo, ovvero di traghettatore di anime nell’aldilà in modo che possano entrare “in un’altra verità”.
Nella villa del mago/regista/psicologo/psicopompo Crotone, i sogni prendono consistenza materializzandosi e rendendosi visibili a chiunque. Ma quelli che si vedono sono sogni (magari da interpretare, nel doppio significato di comprendere e di rappresentare) o sono la manifestazione di “un’altra verità”? In altre parole, l’attor giovine Spizzi sogna di impiccarsi o realizza di essersi impiccato? E gli Scalognati sono persone che giocano a fare i fantasmi o sono fantasmi che giocano?...
La lettura registica di Tiezzi, ancor prima che funzionale alla messinscena, si caratterizza per essere una visione critica, esegetica, del testo di Pirandello. Una lettura critica che, però, non impoverisce lo spessore poetico del mito: anzi, lo esalta con il finale in simil-siciliano scritto da Franco Scaldati, nel quale si racconta di come Ilse si immoli alla ferocia degli ottusi giganti nel tentativo di portare anche a loro quella voce poetica definitivamente uccisa dalla televisione (e non è un caso che il teatrino sul quale Ilse muore si trasformi in uno schermo televisivo).
Uno spettacolo che non è solo da gustare per la bella regia di Tiezzi, ma anche per l’ottima prova degli interpreti. Tra essi si nominano Sandro Lombardi (un Crotone poco “ragionatore” e molto ammiccante, consapevole di essere in possesso di una verità altra da rivelare a chi voglia stare ad ascoltarlo); Iaia Forte (una Ilse penitenziale e sensuale al medesimo tempo); Silvio Castiglioni
(un conte dignitoso e virile); Massimo Verdastro (un Cromo ironico e sagace) e Marion D’Amburgo (una Sgrigia bambina e visionaria).
Spettacolo da non mancare.
Danilo Ruocco

 

 

 

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